
"Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse". Com'è vero. In questo caso i galeotti sono ben tre: Martin Kelly, Terry Foster e Paul Kelly. L'effetto è sempre lo stesso: fare innamorare.
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In questi giorni, rovistando in alcuni scatoloni alla ricerca di tutt'altro, è ricomparso tra le mie mani un volumetto tascabile di molti anni fa. In un attimo mi ha fatto fare un salto di trent'anni, facendomi ricordare con un sorriso e un'innegabile nostalgia i primi passi di un imberbe (ma con molti capelli) giovanotto nel mondo della chitarra, in un viaggio che non ha nessuna intenzione di considerarsi terminato.
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Nel percorso formativo di ogni musicista ci si trova sempre a dover fare i conti con la teoria, il solfeggio e l'armonia. Chissà quanti musicisti hanno abbandonato gli studi o rinunciato ad approfondire questi argomenti solo perché ritenuti troppo complicati o addirittura superflui rispetto allo studio della tecnica strumentale.
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Durante gli anni trascorsi a calcare i palchi di tutto il mondo e a segnare le epoche con la sua influenza musicale, Tony Iommi ha lentamente portato a compimento la sua prima autobiografia, un lavoro che dice di avere in serbo da diverso tempo, ma che non ha mai concretizzato fino a quando gli si è presentata l'occasione di pubblicare "Iron Man: My Life With Black Sabbath And Beyond".
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Ancora un altro libro, mi sto proprio appassionando. Nella prefazione, firmata Brian May, viene definito come un’opera enciclopedica, anche se già nella premessa si accenna al fatto che molti mancano proprio per l’impossibilità di racchiudere in un unico libro tutta la storia della chitarra.
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La critica musicale è fatta spesso più di mitologia che di estetica. Come si creino i miti all'interno della storia della musica, non è sempre chiaro; a volte è casuale, ma più spesso pilotato. Spesso, gli stessi generi in cui suddividiamo la musica sono dei miti, stratificatisi nel tempo, comodi per venire incontro alle nostre esigenze di classificazione e comprensione, o semplicemente seguendo necessità commerciali.
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Con questa breve recensione propongo all’attenzione degli appassionati della chitarra un libro di recente pubblicazione dell’editore Lark Books. Si tratta di “Hand Made, Hand Played – The art and craft of contemporary guitars” di Robert Shaw. Il titolo è, letteralmente: “Fatte a mano, suonate con le mani – l’arte ed l’artigianalità delle chitarre contemporanee”.
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In Songlines (Le Vie dei Canti, Adelphi), scritto da Bruce Chatwin nel 1987 sono descritti i canti rituali degli aborigeni australiani. Secondo Chatwin ogni canto è la rappresentazione musicale delle caratteristiche topografiche di un tracciato che, seppure suddiviso in frammenti, attraversa il continente da Nord a Sud.
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Cosa hanno in comune una De Torres e una Gibson Flying V ? Quasi nulla. Eppure nessuno può mettere in dubbio che siano due chitarre. Quali sono, allora, i tratti distintivi che ci consentono di riferirci con lo stesso nome a due oggetti così diversi?
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Vi è finalmente un libro che potrà sddisfare molte persone che vogliono sapere "quasi" tutto sullo strumento che ci porta tutti i giorni a sbirciare su queste pagine digitali.
Il libro, pardon, enciclopedia, si presenta come un bel oggetto, con scritto a caratteri cubitali il titolo (molto eloquente, eh?), con in sfondo svariate chitarre di tutte le marche, le stesse che ritroveremo in questo magnifico dono di dio, e comprendono marchi noti, come GIbson, Fender, PRS, Dean, Epiphone, marchi meno conosciuti e più o meno sfortunati come carvin, casio, welson, fino a marchi di casa nostra come la Eko.
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Perché non mettere insieme quegli articoli scritti per Nashville ma anche per molte altre testate e per quotidiani, elaborarli un po' per togliere la patina che si è depositata con gli anni e aggiungerne altri, nuovi, liberi, dove le nostre amate (e ossessionanti) sei corde sono guardate con la stessa passione ma da un altro punto di vista e di tutto questo farne un libro? Luca Celidoni l'ha fatto. Il libro si intitola Fra le corde, storie di chitarre e chitarristi è in libreria proprio in questi giorni pubblicato dall'editore Cattedrale. Ieri l'abbiamo presentato a SHG 31, alla Saletta Guitars.
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Un libro per imparare; un libro per capire, un libro per conoscere ed apprezzare l'eclettismo, l'intelligenza, la cultura. Più semplicemente, un libro da leggere. E' una storia che si ripete, quella del libro multiforme, che riesce a dirci cose nuove e diverse anche quando resta chiuso, per lungo tempo, su una libreria. Perché se riuscissimo anche solo in parte a (ri)trovare dentro di noi tutte ciò che ci viene dai libri che abbiamo letto, scopriremmo di certo che leggere - e leggere bene - è importante quanto respirare.
I libri raccontano in vari modi: parole, immagini, fotografie. Quello di cui parliamo oggi, invece, racconta anche con pentagrammi e tablature, e narra la storia di un musicista francese, di origine algerina, che usa quasi sempre la DADGAD per suonare musica celtica, ma che in nessun modo rinuncerebbe alle sue origini mediterranee.
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C'era una volta ... UN RE ... diranno i nostri giovani (e meno giovani) lettori. E invece no, un RE lo sarebbe diventato dico io. One upon a time ... già, proprio con c'era una volta potrebbe cominciare la recensione di un libro, con il classico c'era una volta, in quanto il libro di cui andrò tra poco a trattare ha radici profonde e lontane negli anni legate ad un tempo che, è il caso di dirlo, non esiste più. C'era un volta ... una rivista, un giornale che trattava di musica, pop soprattutto ma in esso confluivano intenti e scritti di chi attento anche ad altra musica si preoccupava ed occupava di estendere le segnalazioni ed i suggerimenti sul mondo della musica più in generale.
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Ritorniamo a trattare questo argomento, ma facendo oggi un'incursione in un testo diverso da quello di partenza. (Ri)Leggendo un testo di Walter Benjamin, ovvero
L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica ((Einaudi, Torino, 2000) mi sono (re)imbattuto in un passaggio fondamentale per la nostra discussione, che ho perciò pensato fosse utile sottoporre alla vostra attenzione. Di fatto, questo passaggio, che riporto integralmente qui sotto, riesce ad indicare e spiegare, in modo più che semplice, quali siano i rapporti - dinamici e mai stabili - tra arte, opera d'arte e contesto socio-culturale, sia da un punto di vista sincronico che diacronico. Insomma, una vera rarità.
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