Per noi, popolo di "nordici" viventi tra i monti le colline e la pianura, il mare è sempre stato un pò un miraggio. Soprattutto quando ne senti parlare da piccolo e lo vedi solo in fotografia o sui libri di scuola. Parlo di noi "vecchi" poco propensi a viaggiare per molti motivi, soprattutto economici. Come dite? Le cose sono cambiate? Ora i bambini lo vedono da bambini? Ma dai...che fortuna! Il mare di Genova lo conobbi a patente conseguita e ancor ricordo lo stupore e la meraviglia che provai superato il Passo del Turchino. Gallerie, viadotti e poi un azzurro lontano ma sempre più vicino: Genova era lì, nella sua sconvolgente bellezza e diversità. Ricordi ed emozioni che rivivono leggendo questo bel racconto estivo del nostro Paolino "moonlite". Dedicato a tutti i genovesi e non solo. Non perdetevelo.
Sto guidando da troppo tempo ed è ora di fare una piccola sosta. Guidare non mi costa fatica, ma lo spettacolo che si intravede da quassù è così speciale da meritare una pausa. Per questo ho fermato l’auto appena dopo la curva, lì dove c’è uno spiazzo di ghiaia che divide l’asfalto dagli ulivi.
E’ qui che comincia il mare, dopo questa curva. E qui mi fermo io, qui dove senti l’aria dolce di sale piombarti addosso come un cucciolo che, intuendo il ritorno del padrone, alza di colpo la testa e gli corre incontro per fargli festa. E basta sporgersi oltre i rovi ed i cespugli di erbe odorose e guardare in direzione del vento per accorgersi che nel paesaggio c’è qualcosa di nuovo e incredibile.
Un giorno decidi di prendere l’auto per seminare chilometri alle tue spalle e ti trovi a percorrere una vecchia strada sotto il sole e ti fanno compagnia colline facili da scavalcare e montagne bambine cosparse di larghi tornanti e la tua meta è una favola che qualcuno ancora racconta.
Ma la strada è lunga e una favola è qualcosa che reclama in fretta la sua verità, difficile crederci a lungo senza una prova.
Poi una svolta e, d’improvviso, il mondo cambia sotto i tuoi occhi e là dove non l’aspettavi più, si srotola immensa una pianura blu turchese e i rari alberi che ondeggiano al vento portano bandiere e non foglie.
Per me il mare è una sorpresa che si ripete e ogni volta che ci torno penso a come sia strano ritrovarlo nello stesso posto dove l’avevo lasciato.
Io conosco l’acqua che scorre quieta nei piccoli fiumi che bagnano le mie campagne, la vedo correre e saltare nel vuoto sui monti che mi hanno visto crescere, lì dove posso ammirarne il coraggio e l’indisciplina, la sua contagiosa e disperata voglia di essere libera, ghiaccio liquido e ribelle che gela le caviglie e sbianca le unghie.
Poi penso al mare, che accetta senza rimpianti di restarsene placido tra le sue pareti e le mareggiate, anche quelle più violente, non sono altro che docili sfuriate che rompono la monotonia di una vita sempre uguale. Lui è vivo e sa che la terra lo ha domato, ma sa anche che gli uomini lo temono, comunque, perché non ne vedono la fine e gli basta questo per sentirsi importante.
Per questo mi piace arrivare quassù proprio adesso, nelle ultime ore della notte. Allora, scrollandomi di dosso la sorpresa, scendo dall’auto, mi siedo su una roccia levigata che divide l’ oscurità del cielo da quella dell’ abisso che si apre appena oltre i miei piedi e aspetto. Prima o poi la luce, lentamente, s’impadronirà di questa terra profumata di timo selvatico e mi leverà di dosso la paura del mare. Ma per il momento no, non ancora.
Vivo stagioni insolite e straordinarie in quest’angolo di mondo, quando l’oscurità è ancora padrona e non c’è niente che lasci intendere che un nuovo giorno le darà il cambio. Quassù i ricordi corrono liberi e la nostalgia si può quasi toccare con le mani.
Si può perfino pensare, ma è solo un attimo, che la vita si fermi lì e non ci sia più traccia di affanni o dolore. Che sia solo questione di decidere se è meglio continuare oppure non sia più dignitoso fermarsi finché si è in tempo e non disperdere gli ultimi spiccioli di calore, custoditi con cura perché non si sciupino, piegati con attenzione come un fazzoletto ricamato e riposti in una tasca.

Per questo non c’è mai nessun altro seduto insieme a me su questa roccia: troppo privata la mia voglia di sapere, troppo balorda la mia immaginazione perché qualcuno possa pensare di volerla in qualche modo condividere.
E poi, tutto sommato, non resto mai seduto molto a lungo: giusto il tempo di respirare in pace l’aria che sale dalle onde lontane, carica di storie di mare e di odore di lavanda, e di chiudere gli occhi, poi qualcosa di me si alza e se ne va.
Chiudo gli occhi e giro per Genova, che potrebbe essere la mia città, se l’avessi voluta o avessi potuto sceglierla.
Cammino nelle strade vuote e luminose del centro come in quelle piene di sudore dei carruggi, dove l’odore di Africa si mescola all’andatura nobile dei travestiti.
Nessuno mi vede quando cammino per la città: è notte fonda e c’è un po’ di nebbia, o forse è solo il mare che si fa nuvola e, non potendolo fare in altro modo, s’impadronisce della città fino a nascondere la luce dei lampioni così che anche le puttane, quelle poche rimaste, ti sembrano belle.
Ma anche così, quasi annegato nel vapore caldo che sa di alghe, mi sento protetto e sicuro e il motivo è facile da capire.
Non c’è il mare a Genova, se non nei ricordi della gente.
Non c’è più, se l’è portato via il tempo, che ha macerato le corde intrecciate a mano abbandonate sulle chiglie delle barche e ha stinto i colori sulle case del porto vecchio.
Genova ha sentito il bisogno di tornare ad essere moderna, importante, e ha lasciato che anche quelli come me potessero viverci, anche solo per una notte.
Ci ha tolto la preoccupazione di essere portati via, di notte, da un bastimento che prende il mare a tradimento – guarda quante stelle ci sono… – e fa rotta per un paese sfocato e distante. E senza rendersene conto, Genova non è più padrona di niente, in questo sputo di terra che sta tra la montagna e il mare, nemmeno delle anime degli amici che devo aver avuto quaggiù e che non riesco a ritrovare.

Li cerco ogni volta, quando torno, perché loro sono nati qui e qui, da qualche parte, devono esserci ancora. Ma li cerco senza speranza, come si fa con quelle belle donne dai capelli lucidi e profumati, con quegli occhi solenni come un giuramento e che spariscono ogni volta che allunghi una mano.
Saranno in qualche stanza ammobiliata a dormire abbracciati ad una bella che hanno rimediato in bar notturno, oppure lontani e solitari, anche loro a caccia di una pace qualunque per riposare il loro cuore. Mi auguro che stiano bene, mi mancano e non posso fare altro per loro che ricordarli come si meritano. Pensando a loro e a tutti quelli come loro ho attraversato la città, e la rivedo come deve essere stata nel tempo in cui era nobile e fiera, e il mare le bagnava i piedi.
Era un invito languido a dimenticare la terra e lasciare spazio all’avventura, là, oltre l’orizzonte, dove il mondo si piega e se ti sporgi puoi cascare chissà dove.
Sarei partito anch’io insieme a loro, popolo di pesci strappati alle onde, per andare a coltivare i miei sogni di là dall’oceano, dove la terra ha il colore dell’oro e le donne ridono sempre.
Li avrei seguiti ovunque, senza l’obbligo di un ritorno, con il solo desiderio di perdere la memoria del mio passato e ritrovare il mio futuro dall’altra parte del mondo, passo dopo passo, respiro dopo respiro.
Avrei ricominciato tutto da capo, come si può, anzi, come si deve fare almeno una volta nella vita per non perdere l’abitudine a soffrire, per avere il diritto di dire che, in fondo, siamo dei sopravvissuti. E che, dopotutto, siamo solo uomini e non angeli.
Abbiamo i nostri limiti e li conosciamo bene, ma talvolta ci piace pensare di essere infiniti, che la pace che abbiamo sognato e inseguito ci porti lontano e ci aiuti a sollevarci in volo per andare ovunque vogliamo, e tanto lontano da essere unici nell’universo o tanto vicino da riuscire a guardarci di dentro e sorridere. Ma poi, comunque, so come sarebbe andata a finire.
Di notte, seduto sul ponte di legno di una nave, avrei fissato il mare e il riflesso di una luna sempre uguale che si scioglie nell’acqua, e avrei ritrovato la voglia di tornare in un posto sconosciuto o mai dimenticato, perché è lì che ho incominciato il mio gioco ed è giusto che torni per finirlo.
In fondo, non vale la pena di soffrire per così poco, come si fa per un amore non corrisposto o per la paura di non saper amare. Perché puoi girare come un pazzo intorno al mondo, ma quando meno te lo aspetti ti ritrovi al punto di partenza e devi fare i conti con quello che hai lasciato. Ed è così che mi sento adesso, mentre si fa giorno e l’aria si riscalda.
Un tempo pensavo che mi sarebbe bastato chiudere gli occhi ed avrei visto davanti a me tutto quello che c’era da conquistare, ed avrei allungato la mano per prendere la mia parte.
Adesso rimane così poco tempo per pensare a queste cose che conviene accendersi una sigaretta e riprendersi i propri sogni prima che se ne vadano troppo lontano e si perdano tra le pietre di un sentiero che graffia la china e scende ripido verso il mare.
Più tardi, tra non molto ormai, volterò la macchina e le chiederò di riportarmi a casa.
Paolo "moonlite" Bertozzi.

8 commenti
da genovese,
e perciò destinatorio della dedica, semplicemente grazie.
il coccia guitarpraxis.com>
Re:da genovese
Odori di fritto e volti stranieri tra i portici di Sottoripa, insegne di storici negozi nel dedalo disegnato dai caruggi, le mille lingue e gli sguardi assassini di via Prè, Boccadasse e la sua spiaggetta.
Certo, dei veri lupi di mare ci saranno solo sparute vestigia in qualche taverna taverna, o ancora un po' di attività nei borghi della liguria i cui abitanti non esitano a definirsi "zeneisi", ma la città, per quanto mutata nell'aspetto ed in alcuni suoi costumi, ha mantenuto nel tempo la sua identità e la sua personalità. E con essa i suoi abitanti.
Penso che il solo modo di ammorbidire un genovese, di quelli veri, sia scrivere (bene) della sua città e della sua terra, e personalmente, dopo questo racconto, mi sento mollo come la panissa!
Grazie all'autore ed ha chi lo ha pubblicato!
P.S.
In un sito di musicisti... da leggersi naturalmente con un buon sottofondo di De André.
Mi sa che gli Accordiani (Accordisti? Accordatori?
... sono ancora tutti al mare. Chissà: forse al ritorno,si diranno:"Accidenti, non sono riuscito ad assaporare le suggestioni, le sensazioni ed il Respiro a pieni polmoni che questo scritto libera... ho scordato di vivermi, non so nemmeno se il MARE c'è ancora...perso tra mille bagattelle balneari anche on the beach .. non l'ho sentito anche se ho fatto più bagni io che bevute Doppio Rhum...perchè il MARE è anche una Dimensione ed un'Idea,come diceva quel tal cantante che chiamerei artista". Genova o no. Complimenti. Già.. dopo quale curva si è oramai al mare? Bella sfumatura.
Ma è altresì vero (pensiero tristanzuolo)
... che già egli anni 70 mi dicevo che il Mare in senso lato e come dimensione non c'è più.Non fosse altro perchè siamo troppi (almeno 20 milioni di italiani in eccesso). Restano scampoli asfittici di vita genuina e di natura chiusa in una riserva indiana sempre più angusta, delimitata da guardrail metallici ed assediata da migliaia di seconde case e insediamenti turistici seminascosti dalla vegetazione. Così, mi sento quasi male anzichè gioire quando si ha la ventura di trovare una caletta tranquilla. Quasi quasi la lascio ai Vip da rotocalco di terza categoria (ai quali uno sfondo appropriato fa sempre comodo) o a chi si autosuggestiona, alla ricerca di momenti da film, sebbene dentro sè, in realtà, si stia ancora chiedendo quando si arriva al Mare perchè in fondo è una commedia. Forse, lo si avverte meglio standosene i nqualche paesino dell'immediato entroterra. nella prima osteria che capita. cercando di reimparare a giocare a briscola davanti ad una Boccia. Albergatori non odiatemi! Mo' vado a richiamare i 20 milioni di desaparecidos! .. ma togliete quei dannati guardail metallici,specie lungo la Costa Ionica.
Grazie da un zeneise emigrato
Anziche' De Andre', per leggere l'articolo ho messo in sottofondo "Ma se ghe pensu" :D
Grazie per queste parole. Genova e' una citta' strana, e i genovesi ne sono il chiaro prodotto. Ho odiato la mia terra crescendo, mugugnone come sono fino al midollo, da buon zeneise, e solo allontanandomi ho imparato ad apprezzarne la bellezza, i segreti.
Grazie.
Ale
Re:Grazie da un zeneise emigrato
Ciao Ale,
scusami dell'intromissione volevo chiederti una cosa molto importante riguardo le scuole negli USA!!
Ho letto un topic dove spiegavi molto bene come sono le scuole americane e tutto il resto.
Bene: io mi trovo in quella situazione, di "disperata ricerca". Se puoi rispondimi sulla mia e-mail: micheledoddi@yahoo.it
Ti ringrazio tanto e a presto....
e semmo de zena...
grazie, grazie di cuore. per il rispetto e la delicatezza che hai riservato a questa misera striscia di terra. rispetto che spesso le viene negato da ingordi turisti con l'unico obiettivo di un mojito al caffè del porto. terra strana certo, povera di risorse e ricca di contraddizioni, popolo generoso (davvero!) ma troppo ottuso (me compreso) per capire il tesoro su cui cammina, terra scoscesa, salata e incazzata. tutto quello che volete. ma vi faccio un invito, a tutti voi "bauscia" e a chiunque venga qui in visita:...portatele rispetto e amatela, odiate pure noi stupidi liguri, ma siate dolci con questa regione, e lei vi regalerà tellaro, le 5 terre, camogli, la genova più vera, i borghi di mare del ponente, i paesini abbandonati dell'entroterra. e il testimone di una terra strappata con la forza al vento e al mare. oltre alla solita fetta di focaccia, un gotto di bianco fresco, e il pescato del giorno...
grazie ancora paolino, e grazie lauro per condividere queste emozioni con noi.
e scusatemi lo sfogo-appello...
Un giorno decidi di prendere l’auto
"Un giorno decidi di prendere l’auto per seminare chilometri alle tue spalle"...
All' auto preferisco la mia moto...una bicilindrica dal cuore pulsante.
Un tripudio di meccanica e un boxer che nasce da un motore di aereoplano.
E' ottobre ed è il giorno della festa di Vigevano, città dove lavoro.
Parto alle sette, la giornata qui a Cameri è stupenda.
Arrivato ad Alessandria la nebbia si adagia tra i campi ed io esco dall'autostrada per prendere la statale per Sassello.
La nebbia peggiora e mi avvolge la visiera, si appanna, il cupolino cola gocce e mi domando se sia meglio tornare indietro.
Avanti, bisogna andare avanti...tremo dal freddo porca vacca!
Un termometro segna solo 3 gradi, ma almeno a Sassello devo arrivare.
Eccola finalmente, immersa nella nebbietta, mi accoglie il profumo di vaniglia delle sue fabbriche di biscotti, canestrelli ...e mi sembra di sentire anche gli amaretti.
Secondo me la nebbia mi è entrata nel cervello e comincio ad avere qualche visione!
Mi fermo e cerco un bar, ma sono attirato dai negozi sulla piazza che espongono dei funghi bianchi così belli e sodi da trasalire!
A getto continuo arriva gente con le auto che, aperti i bagagliai, mostra l'abbondante cattura.
Porcini e solo porcini, mi sembra di essere tornato ragazzo, quando nella valle del Ticino si trovavano funghi " buoni da seccare e da farci il sugo quando viene Natale".
Vorrei tornare a casa, ma è da tanto che progetto questo giro e mi fiondo tra le curve della Sassello - Savona.
Dopo solo poche curve il clima cambia...il vento ha spazzato via tutta la nebbia, ogni curva sprigiona i profumi e gli odori estivi: siamo già in un altro mondo.
Adesso non vorrei tornare più indietro ...mi infilo nel pentagramma delle curve e cerco di beccare tutte le " note ".
Sono proprio le ultime curve, prima di vedere il mare che sono una gioia e tripudio: la temperatura è di 24 gradi ed ad Albissola Marina c'è una giornata stupenda.
Non mi resta che fermarmi e togliermi la tuta e sedermi ad ammirare quella grande distesa azzurra.
Non riesco a capire se sono dentro ad un miracolo o no, ma capisco perchè la gente di pianura come me
si emoziona ogni volta che vede il mare.
Ed anch'io partecipo.
Quel giorno sono tornato tardissimo... le lamentele della moglie manco le sentivo, avevo gli occhi pieni di panorami e narici intrise di odori e sapori.
E poi a furia di suonare son diventato anche un po' balordo...almeno quando serve !
Grazie Paolino per il bel racconto, che mi ha rammentato questo mio flashback...
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