Gli Interpol intitolano il nuovo album This Mirror Weighs a Ton, un’immagine adatta a una band che da quasi trent’anni contempla soprattutto la propria ombra. Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino lavorano con Andrew Wyatt, produttore passato anche da Charli XCX e Rosalía, introducendo sintetizzatori, archi e fiati dentro una formula che resta comunque riconoscibile dopo pochi secondi. Gli abiti continuano a essere scuri, il baritono di Banks continua a suggerire che qualcosa di spiacevole stia per accadere e che le strade di New York non sembrano essersi fatte più rassicuranti.



Non è una rifondazione sonora, e probabilmente nessuno l’aveva davvero richiesta. Gli Interpol concedono qualche variazione timbrica, poi tornano al proprio post-punk educato, elegante e sorvegliato. In tempi nei quali ogni disco viene presentato come una nuova era, la prevedibilità può almeno essere scambiata per coerenza (laddove non risulti essere soltanto svogliatezza).

Dal canto loro, invece, i Turnstile scelgono di rimettere mano a un album pubblicato appena un anno fa. Never Enough: Versions non viene definito una raccolta di remix, ma una “reimmaginazione”: parola utile quando “abbiamo invitato un numero spropositato di amici” rischia di sembrare poco istituzionale. Elton John, Hayley Williams, Panda Bear, Julien Baker, Blood Orange, Four Tet, A.G. Cook, Slayyyter, Dying Fetus e molti altri attraversano il materiale originale, rendendo quasi impossibile trovare una sola etichetta da appiccicare al risultato.
Il punto non è migliorare Never Enough, ma verificare quante identità possa assumere prima di smettere di essere lo stesso disco; considerata l’abitudine dei Turnstile a trattare l’hardcore come un punto di partenza e non come un regolamento condominiale, l’operazione ha una sua logica... È una logica, forse discutibile, ma pur sempre una logica.


 
Ritorni che richiedevano pazienza
Gli Alabama Shakes non pubblicavano un album da Sound & Color del 2015. I Must Be Dreaming interrompe undici anni di silenzio e ritrova Brittany Howard alle prese con un mondo contemporaneamente assurdo e ancora capace di qualche forma di bellezza. Il titolo contiene entrambe le possibilità: sogno come stupore e sogno come incredulità davanti al disastro.
Prodotto dalla band con Shawn Everett, il disco spinge il Southern rock verso soul psichedelico, atmosfere più ampie e una gestione dello spazio meno dipendente dalla semplice potenza sonora, e soprattutto vocale. La voce della Howard resta comunque il centro gravitazionale del lavoro: può contenere protesta, desiderio e speranza senza trasformare ogni brano in un comizio. 



Anche Erykah Badu mancava dal "formato lungo" da undici anni. Before the World Blows, realizzato con The Alchemist, è il suo primo progetto completo dopo il mixtape But You Caint Use My Phone: sedici tracce, beat obliqui, percussioni e apparizioni di Earl Sweatshirt, Westside Gunn, Steve Lacy e Kamasi Washington costruiscono una specie di festa domestica nella quale nessuno sembra avere intenzione di controllare l’orologio. La Badu continua a osservare il presente con particolare diffidenza verso telefoni, dipendenza digitale e altre comodità che hanno promesso di semplificare la vita riuscendo soprattutto a colonizzarla, mentre The Alchemist le offre una produzione abbastanza irregolare da lasciare spazio a ogni deviazione, senza provare a rendere ordinato ciò che nasce per muoversi di traverso.



Mike D riparte dal garage
Thank You è il debutto solista di Mike D e il primo album pubblicato da un membro dei Beastie Boys dopo Hot Sauce Committee Part Two del 2011. Il rapper e produttore lavora anche con i propri figli e prova a rievocare lo spirito poco rispettabile degli esordi, incrociando hip hop, post-punk, no wave, noise, sintetizzatori analogici ed elettronica. Probabilmente non è da vedersi come il tentativo di fabbricare un ritorno monumentale, né quello di dimostrare che a sessant’anni si possa rappare “come i giovani”, qualunque cosa una frase del genere significhi. Thank You conserva invece l’idea dei Beastie Boys secondo cui curiosità e dilettantismo consapevole possono essere metodi di lavoro. Alcuni passaggi sembrano volutamente incompleti, altri semplicemente registrati prima che qualcuno suggerisse di levigarli. Un pregio piuttosto raro.



Jim James recupera a sua volta materiale dal passato. Le canzoni di Wowed Out erano state registrate nei primi anni Dieci con Brian Reitzell, inizialmente pensando a possibili utilizzi cinematografici. Rimaste nel cassetto, vengono ora riunite in un album che mescola folk, soul, psichedelia e suggestioni provenienti dalle registrazioni organistiche di Alice Coltrane.
Senza l’obbligo di sostenere le dimensioni dei My Morning Jacket, James può lavorare per sottrazione. Il risultato conserva il suo gusto per estasi e spiritualità, ma evita almeno in parte il momento nel quale ogni canzone sembra chiedere un impianto luci e una macchina del fumo.



I dinosauri tornano al primo disco, più o meno
Per There Near, J Mascis e i Dinosaur Jr. applicano un vecchio consiglio attribuito a Rick Rubin: riascoltare il primo album e provare a recuperare quel suono. Il rischio di simili esercizi è evidente, perché a sessant’anni non si torna davvero a essere la persona che registrava Dinosaur nel 1985. Mascis evita il problema accettando la distanza, e così i riff ritrovano ruvidità e instabilità, ma la scrittura porta con sé anche il folk malinconico sviluppato nei lavori più recenti, soprattutto come solista.
Lou Barlow firma Blowin’ Up e No One’s Ready, mentre il resto dell’album cerca evasione e una qualche forma di salvezza dentro la distorsione. È il sesto lavoro dei Dinosaur Jr. dalla reunion del 2006: a questo punto definirla ancora reunion comincia a essere meno preciso che parlare semplicemente della seconda, lunghissima vita della band.



Le The Linda Lindas affrontano il problema opposto: sono abbastanza giovani da non avere ancora un passato dal quale tornare. Gotta Get Out amplia il pop punk dei primi due album con passaggi hardcore, strutture meno prevedibili e la presenza di Hayley Williams in Closer. Il gruppo continua a scrivere ritornelli immediati, ma prova a evitare che l’immediatezza si trasformi una gabbia dalla quale non poter mai più evadere.

L’amore si accumula, e anche il dolore
Asher White attraversa pop idiosincratico, art rock, folk e scrittura letteraria in Love Aggregates. Il titolo parte dall’idea che un nuovo amore non cancelli quelli precedenti, ma si aggiunga a ciò che è già stato vissuto; più che un ordinato breakup album, è quindi una raccolta di fotografie scattate in momenti emotivi differenti, dalle ferite ancora aperte al desiderio adolescenziale. La libertà stilistica è coerente con una musicista abituata a pubblicare molto e a cambiare direzione prima che il pubblico riesca a sistemarla nella categoria corretta. Non tutto deve combaciare: in un disco sui residui delle relazioni, sarebbe persino sospetto.

Billy Strings dedica So Much for Goodbyes alla madre Debra, morta nel 2025 per overdose. Coprodotto con T Bone Burnett, il disco trasforma il lutto in sedici tracce senza ridurlo a una successione di ballate lente e fotografie in bianco e nero. Bluegrass e tanta velocità diventano strumenti per affrontare una relazione complessa, nella quale dolore, amore e rabbia non sono obbligati a mettersi educatamente in fila. La chitarra di Strings non serve soltanto a esibire una tecnica ormai nota: è il mezzo con il quale l’autore prova a continuare a muoversi. Anche perché il lutto, diversamente da molte campagne promozionali, raramente segue una narrazione ordinata.



Mastodon: continuare dopo le assenze
Marrow Deep è il primo album dei Mastodon in cinque anni e il primo dopo la morte di Brent Hinds. Il lavoro era nato attorno al lutto di Brann Dailor per la scomparsa della madre, ma ha inevitabilmente cambiato peso quando le registrazioni sono cominciate appena due settimane dopo la morte dell’ex compagno di band. Le tastiere di João Nogueira assumono un ruolo più evidente, mentre l’assenza della chitarra imprevedibile e della scrittura di Hinds modifica gli equilibri costruiti in oltre vent’anni... Ma non tutto il male vien per nuocere, perché un chitarrista del calibro di Nick Johnston sembra aver restituito ai Mastodon esattamente quello di cui avevano bisogno: precisione chirurgica nell'uscire dai margini in maniera consapevole.

Sarebbe inutile fingere che nulla sia cambiato, così come sarebbe prematuro trattare il disco soltanto come il primo capitolo di una nuova formazione. Marrow Deep parla (e suona) di dolore, resistenza e trasformazione attraverso il consueto apparato mitologico dei Mastodon. Questa volta, però, sotto le metafore non occorre scavare molto.

Il 28 agosto ha offerto parecchi ritorni; quello dei Mastodon è il solo che porta con sé anche la necessità di capire come andare avanti.