Lo spirito resta quello con cui la rubrica era nata: non provare a includere tutto, ma accogliere tutto ciò che riesce a stuzzicare l’ascolto. Quella che segue non è quindi una classifica né una guida completa alle nuove uscite, è una selezione necessariamente parziale, costruita come uno scambio di consigli tra amici: alcuni nomi conosciuti, qualche scoperta e diversi dischi che rischierebbero altrimenti di passare inosservati. Le esclusioni saranno inevitabili e i commenti resteranno il posto giusto per aggiungere segnalazioni, suggerimenti e ascolti sfuggiti al nostro radar. In questa prima puntata del nuovo corso ci concederemo anche qualche piccolo recupero, andando a ripescare album usciti nelle settimane precedenti ma ancora abbastanza freschi da meritare attenzione: perché la musica non ha una data di scadenza e, per fortuna, non tutto ciò che vale la pena ascoltare arriva puntuale sulla nostra scrivania.
Si può partire da Las Vegas, dove Cindy Blackman Santana ha registrato Coherence con una formazione che mette insieme Carlos Santana, John McLaughlin, Matt Garrison, Ray Angry e Dave Eggar. Il rischio, con musicisti di questo livello, è che il disco diventi una semplice dimostrazione tecnica, qui, invece, il centro resta il dialogo tra gli strumenti. Santana lavora su note lunghe e cantabili, mentre McLaughlin conserva il suo fraseggio rapido, frammentato e imprevedibile: le due chitarre mantengono identità molto diverse, ma non cercano continuamente il primo piano. È fusion suonata con grande tecnica, senza trasformare ogni brano in una gara.
Il jazz tra groove, ricerca e velocità
Terri Lyne Carrington arriva con Trip the Night Fantastic, un lavoro che unisce jazz, soul, spoken word, identità e politica. Il risultato avrebbe potuto essere troppo carico, ma il disco conserva movimento e senso del ritmo. Le chitarre di Matthew Stevens e Marc Ribot contribuiscono all’equilibrio generale: entrambi intervengono con personalità, senza occupare ogni spazio. I temi sociali restano importanti, ma non soffocano la musica né la trasformano in un semplice commento politico accompagnato dalla batteria.
Ralph Alessi sceglie un approccio diverso con A Sun That Never Sets. Il suo è un jazz più misurato, costruito sul silenzio, sulle pause e sul peso delle singole frasi; è un album che richiede concentrazione e non tenta di conquistare l’ascoltatore con effetti immediati. DOMi & JD Beck, al contrario, puntano sulla velocità con WHO ASKED?, i brani cambiano direzione spesso, alternano scatti, frenate e passaggi tecnici molto fitti. A tratti può essere difficile seguirli, ma è proprio questa energia irregolare a rendere il disco divertente. Non è un ascolto rilassante e, probabilmente, non vuole esserlo.
Il ritorno dei Durutti Column
Tra i titoli più attesi c’è Renascent dei The Durutti Column, pubblicato sedici anni dopo l’ultimo album di Vini Reilly. Il chitarrista non torna con un disco rumoroso o costruito per attirare subito l’attenzione, riprende invece il suo linguaggio fatto di pochi accordi, riverberi, pause e melodie essenziali. Il terreno resta quello compreso tra post-punk e ambient, anche se le etichette spiegano solo in parte il suo modo di suonare. Al primo ascolto Renascent potrebbe sembrare discreto fino quasi a scomparire, in realtà è un disco che funziona quando gli si presta attenzione. Reilly non punta sulla nostalgia e non cerca di ricostruire meccanicamente il passato dei Durutti Column, ma torna piuttosto a un’idea di chitarra nella quale ogni nota ha una funzione precisa e non serve dimostrare continuamente qualcosa.
Con Picking Petals, Lucia & The Best Boys scelgono chitarre più presenti e melodie indie rock, costruendo il disco attorno ai temi delle radici, della memoria e del ritorno a casa. Le partecipazioni di Lauren Mayberry e Abigail Morris danno ulteriore forza alla dimensione collettiva del progetto. Home in Any Language dei Rain Parade riprende la psichedelia californiana senza limitarsi a imitare gli anni Sessanta. The New World degli Shearwater sembra invece orientato verso atmosfere più scure e una scrittura narrativa. Sono due dischi diversi, accomunati dal fatto che difficilmente si lasceranno capire dopo un solo passaggio.
Poi ci sono i Green Day con Nimrods: The Soundtrack: colonna sonora del film di Lee Kirk, Nimrods, contenente ventidue brani tra catalogo, inediti e registrazioni dal vivo. Non è un vero nuovo album e non prova a presentarsi come tale, è piuttosto un modo per ripercorrere la storia del trio attraverso una selezione meno prevedibile della solita raccolta. Chi conosce già la band potrà ritrovare alcuni passaggi importanti; chi arriva adesso avrà un punto d’ingresso ampio e abbastanza vario.
Blues diretto, senza troppi fronzoli
Chi cerca chitarre e amplificatori in primo piano può cominciare da Blues Now dei GA-20 con Charlie Musselwhite: la formula in questo caso è semplice, ed è composta da chitarra, armonica, amplificatori spinti quanto serve e arrangiamenti essenziali. Non c’è molto altro, ma non serve. Il disco torna alla struttura di base del blues senza trattarlo come un genere da conservare in un museo. È musica suonata nel presente, con un suono asciutto e con il giusto volume (consigliato l'ascolto a volume adeguato).
Albert Castiglia sposta lo stesso linguaggio verso il blues rock con Grits & Glory, aumentando peso e distorsione senza perdere il legame con la tradizione. La ristampa di Riding with the King riporta invece l’attenzione sull’incontro tra Eric Clapton e B.B. King, ma sul fronte soul, Curtis di Curtis Mayfield torna nuovamente come documento storico fatto di chitarre, groove e arrangiamenti che raccontano un periodo in cui eleganza musicale e coscienza civile potevano convivere senza problemi. Il disco continua a suonare attuale anche perché molte delle questioni affrontate da Mayfield non hanno perso rilevanza.
Il metal torna ai nastri originali
Questa settimana il metal guarda soprattutto ai propri archivi, ma lo fa attraverso pubblicazioni che permettono di capire meglio come sono nati alcuni album. Arise: Rough Mixes – Scott Burns Mix mostra i Sepultura durante la lavorazione, prima che i brani raggiungessero la forma definitiva. Il fascino dei rough mix sta proprio qui: meno rifiniture, equilibri ancora provvisori e dettagli che nelle versioni pubblicate possono passare inosservati.
Tornano anche Rage for Order e The Warning dei Queensrÿche, due album che ricordano quanto il metal degli anni Ottanta potesse essere tecnico, melodico e ambizioso senza rinunce. Le ristampe dei Bring Me The Horizon documentano invece un cambiamento più recente: dagli inizi deathcore a una scrittura capace di incorporare elettronica e pop. Una trasformazione che ha diviso il pubblico, ma che ha anche impedito alla band di ripetere lo stesso disco per anni.
La settimana del 31 luglio non ha un unico genere dominante, ha però diversi dischi che chiedono più dei consueti trenta secondi concessi dallo streaming. Alcuni potranno convincere subito, altri richiederanno più ascolti; altri ancora verranno semplicemente messi da parte. È normale: una guida alle nuove uscite serve a indicare percorsi possibili, non a distribuire giudizi definitivi prima ancora che la musica abbia avuto il tempo di farsi conoscere. Il consiglio, quindi, è semplice: scegliere un titolo, ascoltarlo dall’inizio alla fine e decidere soltanto dopo se vale la pena tornarci.